DONNA UNA STORIA COME TANTE
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DONNA: UNA STORIA COME TANTE

Tempo di lettura: 6 minuti

Donna, una storia come tante, probabilmente. Una donna che deve lavorare,  proteggere la sua autonomia, che ama la sua carriera e nello stesso tempo non vuole rinunciare alla famiglia, a fare figli. Un percorso a ostacoli, il mio, irto di dubbi e domande.

Col tempo, ho imparato a individuare le competenze da sviluppare, a concentrami sulle priorità, a delegare. E a chiedere aiuto a professionisti, coach, maestri. Perché non si nasce “imparati” e, soprattutto e per fortuna,  non siamo perfette e nessuno ce lo chiede. Se non, forse, noi stesse.

Donna, una storia come tante…

GIOVANE GIORNALISTA CRESCE

Due. Due sole donne in una redazione con decine di colleghi. Mordono, scontrose e brave. Le guardo come marziane, appena arrivata, l’olivetti per mano e la convinzione che  basti talento e voglia di lavorare. 

Ancora non “so”. Alla prima riunione, capisco: si parla di sport, dell’ultima partita, di gossip giornalistico. Mi son preparata, ho un bel pezzo da proporre. Lo presento appena c’è un buco nel brusio. Non mi sentono neppure. 

Tante riunioni dopo, ho imparato: aggressiva, interrompo, alzo la voce, impongo la “mia” notizia. In redazione, difendo il mio territorio con le unghie, lo costruisco, formo i miei collaboratori. Ottengo, se non proprio il rispetto, attenzione, spazio e autonomia di lavoro. 

Piano piano, cresce il numero di colleghe intorno a me. Le due senior si ammorbidiscono, figliano, mostrano debolezze impensabili e toccanti. Qualcosa cambia? In realtà ho l’impressione che ne paghiamo il fio. La sensibilità scambiata per debolezza. Una di loro sta perdendo il padre, viene presa di mira ogni giorno per delle banalità. Io, incinta, mi ritrovo a fare le chiusure serali e una lettera che vorrebbe impegnarmi a evitare altre gravidanze a breve. Dentro, un tarlo: e se fossi io, il problema? Come fare per imparare a difendermi, a farmi valere? 

Una fonte intanto mi avverte di un prossimo, grosso scandalo, ne avrò le primizie. Si profila Tangentopoli, ma per me ormai c’è il parto, il ricongiungimento familiare, l’esame dell’Ordine da fare assolutamente, per essere più protetta. Lo passo a stento, con la figlia al seno e il cervello vuoto. Solo allora dò le dimissioni. Il direttore mi congeda così: “Voi donne, sempre le prime negli studi, al lavoro. Super organizzate, efficienti, dinamiche. Poi scegliete la famiglia, e noi andiamo avanti”. 

Donna, una storia come tante…

DONNA, LIBERA E MADRE

Freelance, mi godo la bambina e la famiglia. Pagata bene, soddisfatta, lavoro quando e quanto mi pare. Tanto, forse troppo. Faccio inchieste e interviste, vendo servizi, corro da una redazione all’altra. E nello stesso tempo organizzo traslochi, vita quotidiana tra pannolini e svezzamenti, viaggi, pasti equilibrati, giochi stimolanti. E accolgo un nuovo bimbo, appena in tempo per rifare le valigie, direzione estero dove il marito trasferito aspetta. 

 Ricomincio da capo, piano piano la tela della nostra vita si ricostituisce. Lavoro lontana, con turni di notte e giorni frenetici. Nel frigo, la famiglia ha di che sfamarsi giorno per giorno, durante la mia assenza. Pasti equilibrati, certamente. Baby sitter prenotate, amiche allertate. Quando torno, manco uno yogurt per me. 

Sento la frustrazione ribollirmi dentro. Ma insisto: pesco nelle mie riserve, voglio essere una madre amorevole, una moglie attenta, una professionista perfetta. Ci riesco un giorno sì e tanti no. E qualcosa si perde per strada: la creatività, i momenti ludici coi ragazzi, quei momenti sospesi in cui non faccio nulla ma coltivo, sogno, aspiro alla vita.

A casa di un’amica, il marito rientra. I bambini gli corrono incontro, lui li abbraccia e poi  si sfila, silenzioso va in camera, si cambia, va in bagno. Prende il giornale, un bicchiere, si appoggia sul sofà. Poi chiama i bimbi a raccolta e si rotola per terra con loro, padre giocherellone e amorevole.

Il giorno dopo sono io che rientro dal lavoro, e mi vedo: la spesa che ciondola pesante da una mano all’altra, il computer a tracolla, il cappotto troppo caldo che mi scivola di lato. I figli mi accolgono sulla porta, fanno a gara per attirare la mia attenzione, litigano, si appiccicano alle mie gambe. Bene o male mi libero, filo in bagno che la vescica non sente ragioni, l’ho trattenuta abbastanza. Porta aperta, i ragazzi mi informano delle loro urgenze. Una parola per tutti, qualche sgridata, comincio a cucinare e a far fare i compiti, mentre già preparo i vestiti e le cartelle per il giorno dopo. 

Ripenso al marito dell’amica. Ha ragione lui. Ma non imparo la lezione: forse dovrei fermarmi, analizzare le mie esigenze, confrontarmi con altre donne, studiare altre vie. Niente, continuo a gestire ogni cosa: madre, lavoratrice, figlia di genitori malati, compagna di un uomo spesso assente. Che ci vuole, mi dico? Basta organizzarsi: il multitasking è il mio credo, guadagno tempo e lo spendo per lavorare ancora di più. Una forza che è una trappola, man mano che le responsabilità si fanno pesanti. Quando sono al lavoro mi sento in colpa, quando torno a casa vorrei recuperare il tempo che sotto sotto penso di rubare ai miei figli, alla loro crescita serena, alla famiglia. E allora lo tolgo a me, quel tempo, pensando di avere risorse infinite. 

Cresce la rabbia, il nervosismo. Ma non è che son forse presa da un delirio di controllo totale, di onnipotenza?

Nella mente, martellanti e sinuose, le parole di colleghi, amici, parenti: terzo figlio? Oh, ora finalmente la smetterai di correre a destra e manca e ti metterai a fare la mamma…

Donna, una storia come tante…

 FREELANCE? DISOCCUPATA VUOI DIRE…

Quattro traslochi, due paesi e tre figli dopo, eccomi di ritorno in Italia e trovo il muro. Giornalista specializzata, in un mercato al ribasso e coi colleghi barricati nella torre dell’Albo. Noi dentro, con i nostri privilegi. Voi fuori, a farvi la guerra e la fame.  

Quello che prima mi pagavano 100, ora lo propongono a dieci, e sembra un favore. Pagano dopo mesi, a volte mai. Comincio il percorso del freelance in tempi di magra: i soldi da reclamare, le porte chiuse, gli amici/colleghi che si defilano. Accetto di scendere qualche gradino, di essere sottopagata, sottostimata, sotto riconosciuta. 

“Quanti anni ha il suo bimbo più piccolo?” A ogni colloquio, questa domanda è la spia che il posto non è mio.

L’ETÀ MATURA DELL’ORO

Mi rimetto a studiare, riprendo quella laurea abbandonata. I neuroni rifunzionano. Smetto di cercare aiuto fuori, mi faccio un bilancio delle competenze artigianale, indago, analizzo. A chi può interessare un profilo come il mio? A poche realtà locali. La più interessante è culturale, senza mezzi. O teatrale, dove mi propongono 500 euro al mese con lavoro serale a gogò. Neppure di che pagare la baby sitter. 

Corteggio pesantemente una fondazione, nata per nobilitare un’azienda che ricicla rifiuti e vuole comunicare meglio. Ma non vorrai mica solo scrivere, no? C’è il lavoro vero da fare, e la gavetta: prima le ricerche di mercato, poi la biblioteca da sistemare e infine la segreteria del presidente. Addetta stampa di rado, organizzo eventi aziendali e regali natalizi. Non mi tiro indietro, accetto anche di fare cose che non conosco, mi lascio spremere come un limone, denigrare, persino spiare. Fino all’inevitabile licenziamento, che è la mia fortuna: mi rimetto in piedi, lavoro per un  sito web importante, seppure con uno strano contratto. Chiamo all’estero, laddove mi conoscono. Mi riprendono. 

Intanto mando avanti casa e famiglia, ma si fa strada un pensiero: se la casa è sporca, se il bimbo si annoia, se il marito brontola, lascia stare. E se proprio non puoi, chiama un aiuto, son soldi spesi bene. Non sta scritto da nessuna parte che tocca cucinare, pulire, stirare, accogliere gli amici, organizzare le vacanze, avere cura di bimbi e anziani. Che ognuno faccia la sua parte, compagni e figli compresi. Lo ripeto e me lo ripeto, poi nei fatti… . 

Dopo un anno di aerei e frontiere  su e giù, un contratto. Non ci crede nessuno. Parto coi ragazzi, è un salto nel buio, contro tutto e tutti. Oramai i figli son grandicelli, altre gravidanze escluse per raggiunti limiti di età, sono esperta ed efficiente. Inanello contratti, fino a quello vero, stabile. A 49 anni. Il percorso si fa veloce: giornalista, presentatrice, caposervizio e vicecaporedattore supplente.

Donna, una storia come tante…

DONNA: TROPPO MATURA?

Quando arriva un’altra crisi, finanziaria, sanitaria, sociale, mi trova coi capelli grigi e quasi sessant’anni. Età ideale per un collega maschio in carriera, perché dal canto mio temo invece che sia finita? Mi lascio scoraggiare da pensieri antichi, difficile scrollarseli di dosso, ci credo io per prima. E poi, d’altro canto, lo vedo ovunque che le donne rischiano di più, di questi tempi. 

Poi mi riscuoto, mi rimetto a studiare. Ma chiedo aiuto, stavolta, e uso quel che so fare come base, non ricomincio da zero. 

È che finora ho giocato con le regole altrui. Ho spesso perso, anche perché in quelle regole non credevo. Pur diversa, mi sono adeguata a un ordine dettato da altri, non c’è neppure stato bisogno di impormelo. Ora che sono adulta e vorrei diventare una bella vecchia, so che il gioco lo posso creare io, e divertirmici pure. Essere meno esigente con me stessa, seguire il mio fiuto, l’intuizione che so essere giusta. Capire quel che mi serve, quel che mi manca per arrivare dove voglio, e andare a cercamelo da maestri, mentori, coach. Staccarmi da stereotipi e modelli vecchi di secoli, che mi hanno fatto radici dentro, malgrado me, malgrado noi. E infine giocare di squadra, che non guasta mai, care lettrici.

Donna, una storia come tante…dicevano.

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Articolo a cura di Manuela Scarpellini (Giornalista, Storica, ex Attrice e Circense. Donna curiosa, sempre) per DDNstudio

DEBORA DE NUZZO - DDN Founder Progettista e Formatrice, esperta di Salute, Sicurezza e Benessere aziendale. Supporta imprenditori, manager, dipendenti, hr di grandi aziende a migliorare loro stessi, i loro team e di conseguenza le performance e la produttività aziendale.

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